RACCONTI

Blue Minds è uno spazio finalizzato non unicamente alla condivisione di esperienze specifiche, ma volto a dar voce in maniera costante a storie e immagini di qualsiasi tipo. In questa sezione mi propongo di pubblicare alcuni racconti brevi nati in maniera spontanea e non facenti parte di progetti più ampi.
Le storie vivono di momenti, e questi possono nascere da qualsiasi luogo e cosa, con un fine o semplicemente per sé stessi.

ARMONIA

15 - 05 - 2018

Imparavo ogni giorno qualcosa di nuovo e mi stupivo di come non avessi pensato ad alcune cose per primo. Nonostante il mio eterno pentirmi per il non essere una di quelle persone che vivono e sono felici di farlo, non consideravo l’idea di essere mediocre in qualcosa. Come fosse la mia vitalità più profonda, in certi momenti la rassegnazione all’essere carne lasciava spazio alla pura superbia. In fin dei conti non chiedevo affatto di esser felice. Volevo soltanto sentirmi non così preoccupato e meschino nei miei stessi confronti come facevo da sempre.

Solo quando mi liberavo dal peso delle troppe domande venivo travolto da una immensa sensazione di libertà e allora mi facevo l’uomo più grande e fiero del mondo. Poi mi voltavo come a gridarlo e a portarmi in trionfo, che quanto stringevo un attimo prima ero già dietro a carezzarne il rimpianto.

Pensavo all’equilibrio delle mie paranoie e ragionavo su come fosse irrealizzabile afferrare un’idea di armonia. La desideravo come traguardo, come lo spazio naturale per altri e altri ancora prima di me. Non potevo sapere che la mia certezza sopra chi mi era intorno fosse così spropositata da starmi rovinando la vita. Era difficile per la natura più pura, figurarsi per un singolo uomo. Insieme si fa finta di essere così, cosparsi di questa tanto immaginata armonia, ma non è che un sistema automatico. In uno di quegli attimi mi si convinsero i pensieri che l’armonia è autodifesa e che non esiste un tale equilibrio.

Ma il desiderio di esso sì, lo sentivo davvero. E come i miei disegni si diluivano in tutto quel faticare mi sentivo più fiero e perdonavo gli altri uomini di avermi mentito così a lungo. Ora capivo di quando mia madre si chiudeva in camera e lo faceva spesso. E capivo anche il perché del mio unico amico che se n’era andato da me dicendo poche parole. Mentre perdonavo gli altri in realtà perdonavo me stesso, e quel caricarmi lungo di anni si fece uno strato più fine.

Iniziai a immaginare così sempre più di frequente. Iniziai a rifiutare di credere a chi ero stato nel tempo pensando che ero così e basta, come tutti coloro che chiamavo felici esistiti prima di me. Mi convincevo così di tentare almeno un qualcosa, per strapparmi i pensieri a questo triste destino.

EDITH

10 - 04 -2018

A volte Edith entrava in camera e iniziava a parlare. Parlava di cose banali che erano le stesse di tutti i giorni e di quelli ancora prima. Lui la ascoltava con quella sua tenerezza che aveva conquistato a fatica negli anni. Interrompeva ogni faccenda - anche la più complicata -, girava nella vecchia sedia di legno e la guardava con occhi sinceri di quelli di chi ci tiene davvero. Dopo pochi momenti sapeva già quello che stava accadendo. Il sorriso gli si faceva più ampio e gli occhi più grandi. Si alzava e con pochi passi era già lì che le stringeva entrambe le mani. Annuiva a tutto, anche nei giorni in cui Edith era più nera e inveiva certa di ciò che le potesse sembrare importante.

Aveva capito, a suon di mobili rotti e fughe improvvise, che non era il caso di farne una questione di orgoglio. Gli bastava avere il ciondolo appartenuto a sua madre a portata di sguardo sul collo di Edith per fare pace con i rumori dell’essere vivi. E ormai gli andava bene così.

Le chiedeva piano con un filo di voce quale fosse il rimedio per scacciare i cattivi pensieri. Edith rispondeva immediata ed era sempre un niente. Poi si accorgeva della premura e veloci come erano arrivati, i suoi mascherati pensieri di rabbia svanivano come la pioggia d’estate quando il sole gli bussa di sopra.

Edith sorrideva a quel punto e lui di rimando.

- Non saprei, è che sono così… triste. Ecco, mi sento disperatamente infelice - e si allontanava di nuovo.

Giocava così da quelli che ormai erano trentasei anni, e avrebbe finto e fatto di tutto pur di sentirsi bella e protetta come era stata con lui da bambina.

SUBURBAN ROAD

30 - 01 - 2018

Da lunedì a giovedì era stata una settimana come tante. Korver, il capo redazione, mi aveva assegnato uno dei tanti lavori soliti, di quelli per chi è lì senza un contratto come si deve. Mi gridava dietro ogni cinque minuti che se volevo il posto me lo dovevo sudare, uguale a tutti gli altri. Scrivevo articoli senza forza, elementari, mi diceva.

Io non è che ci stessi dietro così tanto, abbassavo la testa e mandavo giù, come avevo sempre fatto nei miei trent’anni di vita. Korver mi ricordava papà. Dava ordini e poi basta, senza muovere un dito come quelli che non si sa come hanno un potere che senza motivo se lo sono trovati in mano.

L’affitto però era una cosa più seria della mia dignità, e mi limitavo ad annuire e svolgere i miei compiti senza borbottare. Era una vita di noia mortale, ma dava pur sempre qualche soldo indietro, e alla fine mi rendevo conto che non ero poi così tanto bravo.

Facevo davvero fatica a scrivere i pezzi che mi venivano assegnati. Mi guardavo allo specchio incazzato ogni sera e mi raccontavo che era perché non avevo alcuna motivazione. Poi dopo pochi minuti mi venivano i dubbi che forse più che gli argomenti ero proprio io a essere modesto.

Così dal niente, tra un pezzo sulla partita di regular season, seconda divisione, di Wichita state e un deprimente corollario sulle notizie di cronaca di ogni periferia che si rispetti arrivò il venerdì che avrebbe sconvolto tutto quello in cui credevo.

Korver mi disse che quella sera sarebbe passato da Annette’s, un locale all’angolo della ventisettesima che neanche sapevo esistesse ancora, ci sarebbe stato un musicista jazz di cui alcuni parlavano e che forse avrebbe meritato un trenta righe sulla pubblicazione di domani.

Odiavo scrivere di musica, come di tanto altro, ma alla fine sembrava qualcosa di meno pesante delle solite storielle. Avrei potuto metterci del mio scrivendo di un posto così buio e visto il mio stato d’animo.

Il concerto sarebbe iniziato poche ore dopo, alle nove esatte. Pensai che fosse un po’ presto, per certe cose, ma quell’idea se ne andò in fretta come il tempo che persi nel decidere come muovermi per scrivere il pezzo.

Mi ritrovai nel solito ritardo, a correre a dismisura verso la metro senza neanche ricordare quale fosse la fermata esatta. La trovai al secondo tentativo, grazie a una signora che avevo a fianco e che sottovoce mi disse che diversi anni fa questa zona era piena di artisti.

Non feci neanche in tempo a ringraziarla che ero fuori per la strada tra il freddo e le luci scassate con la giacca allacciata per metà. Erano le nove e trentadue quando arrivai davanti a quello che era rimasto del posto chiamato Annette’s.

Mi precipitai giù per delle scale in ferro e ruggine che sembravano appartenere a decenni fa e che quasi non avevano una fine. Arrivato a destinazione pagai l’ingresso a un uomo enorme e vestito tutto in nero, quattro dollari, e, abbassando la testa, superai la porta del locale facendomi spazio tra la nebbia dovuta ad un reale abuso di tabacco.

Mi guardai intorno ma non per così tanto. La ricerca per un posto a sedere svanì subito perché fui deconcentrato dal silenzio ovattato che mi stava intorno, rotto solo da un suono incredibilmente triste.

Presi posto al bancone del bar, non per scelta ma solamente perché in qualche modo ci ero capitato vicino. Presi dallo zaino carta e penna e me lo misi fra i piedi senza nemmeno farci caso.

Mi sistemai i capelli e notai subito come i tavolini erano gremiti di gente di ogni tipo, ma tra il buio non ne riconoscevo i volti. Tutti erano come persi in uno sguardo che vacuo arrivava fino al palco, minuscolo, posto in un angolo di quello spazio sotterraneo.

In maniera spontanea, quasi come era stato veloce e naturale guardarmi intorno per capire dove fossi, mi girai verso quel suono di tromba che era lento e pareva provenire da un posto incredibilmente lontano. Senza avere il tempo di accorgermi di altro, mi trovai seduto che davo le spalle al bancone e guardavo senza un fuoco fisso verso l’unica luce, esattamente come tutto quell’insieme di donne e uomini che avevo intorno.

Persi ogni tipo di concentrazione, mi dimenticai di come ero finito lì e del perché. Non ricordavo nemmeno che ero lì per scrivere un qualcosa, dopotutto.

La musica era davvero triste, e la prima cosa che mi venne in mente fu la nostalgia di casa. Non quella di adesso ma quella di quando non avevo che sei o sette anni e mia madre mi infilava guanti e calze spesse, ricordandomi che il Wyoming è tanto bello quanto freddo.

Dell’origine di quella musica non vedevo neanche il volto, ma capii subito come fosse tesa e poi soffice, ora dolce e subito straziante a dismisura. Proveniva da un solo uomo, che, tra la nebbia e la luce fissa dritta su di lui, si muoveva appena e riempiva una vecchia tromba di tutti i tipi di fiato che potesse avere. Era alto e non guardava mai verso di noi, troppo concentrato su sé stesso per perdere tempo a farsi grande. Avevo visto da subito che era lì per egoismo, che degli applausi non gliene fregava niente. Voleva stare da solo a suonare per onorare il suo strumento, ed era là in mezzo perché costretto, senza averlo mai desiderato. L’intimità tra il suo sguardo dagli occhi chiusi e il mezzo d’ottone che dalle labbra si svolgeva lungo tutte le dita era di quelli di chi si è donato per davvero a un qualcosa di più grande, che sta in alto e che non si fa vedere mai.

Il pensiero mi fu interrotto da un uomo di colore nascosto all’ombra delle colonne del bancone. Era il barista e mi chiese cosa volessi da bere. Risposi come al solito, chiedendo un Caol Ila liscio.

Tornò che mi ero già perso ancora e ancora dentro quel suono che arrivava da sempre più lontano. Mi diede il whiskey e mi chiese se era la prima volta. Gli dissi che non avevo ben capito e allora mi guardò con una intensità rara, che ancora oggi mi percuote dentro. Rimanemmo così per un minuto, a fissarci stando zitti. Poi sorrise, superò con gli occhi la mia spalla e fece un cenno appena. Con la più grande calma che avessi mai visto esalò poche parole che sconvolsero i miei anni a venire.

“Beh, quello è Baker.”

BLUE MINDS

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